Prima di scrivere questo post, ho chiesto il permesso all’unico vero interessato: mio figlio Federico. E lui ha dato l’ok, soltanto se però ometterò un dettaglio. E lo farò.
Siamo, credo, tutti concordi nell’affermare che i bambini non si devono toccare. La violenza, specie sui minori, è una cosa che mi fa andare a massa il cervello.
Dunque va ben distinto quello che è un atteggiamento di violenza gratuita, da un intervento a gamba tesa a fini educativi.
Quando ero piccola, come credo la maggior parte di voi, qualche ceffone è volato pure in casa mia. Non che la cosa sia in effetti servita granché, ma almeno ha stemperato la rabbia di mia madre che in quel momento avrebbe voluto far molto di peggio.
E io, che da piccola ignoravo il mio futuro di madre, mi ero ripetutamente detta che MAI, e dico MAI, avrei colpito i miei figli.
Perfetto.
La Vita, in quel preciso istante, ha preso il taccuino ed ha segnato con saggezza la mia affermazione e tutto il mio amaro disappunto.
Poi sono passati gli anni. Mi sono sposata ed ho scelto di avere dei bimbi, pensando che, caspita, con la pedagogia moderna e tutto quello che viene spiegato, sarei potuta essere una buona madre dai modi pacati. I bambini non si toccano, si deve portare avanti una relazione basata sul dialogo, sul rispetto reciproco e sulla capacità di ascolto. Segnato.
Che ne sai tu che i tuoi figli avranno la capacità di affondare colpi facendoti conoscere alla perfezione il limite alla tua pazienza? Che ne sai che hai un cervello che può andarti a massa perché tu spieghi una cosa, basi tutto sul dialogo e poi i tuoi figli escono e fanno, letteralmente, a pezzi tutti i tuoi consigli per seguire il primo youtuber delirante? E sì che pure tu sei stata bambina, ti dici. Non ricordi quanto perseveravi nel portare deliberatamente i tuoi genitori all’esasperazione?
No.
Non ricordi quando tua madre ti chiedeva di rifare il letto, e tu piuttosto che rifarlo avresti preferito la morte, giusto per non darle retta?
No.
Allora la Vita ha preso ancora il suo taccuino ed ha segnato: per amor di giustizia, dare ad Heidi un figlio che sia ESATTAMENTE come lei.
Dite la verità, è capitato anche a voi. Vedere riflesso nei figli i vostri peggiori difetti, e detestare la loro testardaggine nel ripercorrere i vostri errori.
Dunque sabato accade questo:
Federico, prima media (non siamo neppure all’adolescenza, Gesù!), viene responsabilizzato e mandato in camera a fare i compiti da solo.
Ma lui, invece di fare i compiti fa altro e per nascondersi chiude la porta.
Come ben sapete, nel momento in cui si diventa madri, non viene rilasciato alcun libretto per le istruzioni, però ti dotano di un sensore che ti rende più sveglia di una spia del KGB, e il mio ha iniziato a dare l’allarme. In quattro passi, entro in camera e… nell’ordine:
Becco Federico in flagranza di reato.
La mia faccia assume le fattezze di Hulk.
Tiro un respiro e mi ricordo del discorso del dialogo.
Scelgo la strada del vaffanculo.
Naturalmente, il discorso riguarda gli stramaledetti videogiochi. Ma questa volta, invece di inveire, guardo Federico e gli dico, con tono amaro: “Bene. Visto che ogni volta che devi fare il tuo dovere, LORO hanno la meglio, non ti fermerò più. Sono stanca di litigare con te, di darti limiti, di gettare energie nel cercare di fermare questa tua cazzo (non lo devi dire, stai parlando con un bambino) di dipendenza! Gioca quanto vuoi, fai quel cazzo (vedi sopra) che vuoi. Tua madre si arrende!”
Così ho detto: tua madre si arrende.
Ed è scoppiato il finimondo.
Federico, spiazzato, si mette il cappotto e minaccia di fuggire di casa, Francesco lo trattiene, Jean Piaget si rivolta nella tomba, e io lancio degli anatemi tali che un eretico mi si mette accanto per prendere appunti.
Le fasi successive sono: Federico che scende dalle scale, io e Francesco che lo riportiamo in casa, io che butto le chiavi di Federico sopra un armadio, lui che prende una scala per recuperarle e fuggire.
Fin qui però è tutto sotto controllo.
Lo sai che dovrai aspettarti di peggio. Pure tu da bambina hai fatto la tua suitcase per fuggire di casa.
La Vita intanto, sta seduta in un angolo a limarsi le unghie con un bel sorriso compiaciuto sulla faccia.
Perché sa che non è finita qui.
Perché sa che il colpo va affondato, bello, dritto verso il cuore, affilato e preciso.
E accade.
Oh se accade!
Esattamente quando Federico esclama: “Ora so che non mi ami!”
STOP. Fermi tutti.
Prego?
Tutto intorno a me si fa nero e la mente mi riporta alle otto, dolorosissime e faticosissime ore di travaglio.
È in quel preciso istante che la mia vista focalizza un’unica, solenne, perfetta via d’insegnamento. Che non è il dialogo, non è l’ascolto, né la comprensione: è una ciabatta della Grunland, con tanto di pois rosa.
Mentre Federico gira la chiave nella toppa, un sibilo fende l’aria e colpisce dritto dritto il bersaglio. Lui si accascia a terra e piange, io lo guardo furente come non mai, mentre Piaget fa altri due giri nella tomba.
“Dopo tutte le notti passate ad accudirti, a leggerti fiabe, a spiegarti il senso delle cose! Dopo aver cercato per te il meglio per quanto riguarda istruzione e salute, viaggi ed educazione. Dopo aver sacrificato il mio tempo per voi IO NON MI MERITO QUESTO! NON ME LO MERITO, HAI CAPITO!?”
Lui piange a dirotto. Io, pure.
“Ma mamma, non volevo… scusa…”
“NON TI DEVI PERMETTERE, HAI CAPITO?”
Contro tutte le mie previsioni, Federico corre ad abbracciarmi.
A questo punto scatta l’applauso della platea, ricchi premi e cotillon per tutti.
Io non capisco.
La Vita mi guarda, soddisfatta. Prende la ciabatta, la osserva compiaciuta, e poi la porge a me, che ora sono una valle di lacrime. “Non preoccuparti – mi dice -. Tuo figlio ha capito. E naturalmente, ora hai capito anche tu. Anche questo è Amore. Più di un sì detto per comodità, più di un lasciare i figli in preda alla tecnologia, perché così non ti disturberanno. Di dargli un limite te lo stava chiedendo Federico, come lo hai chiesto tu da bambina. E se tu non l’avessi fatto, se tu quel limite non l’avessi segnato, lo avresti PERSO. Cosa credi, che non sia costato nulla a tua mamma lanciare le ciabatte? Ora lo sai. Prendere posizione ha un costo altissimo. Ma fa sentire il figlio seguito e amato”.
Guardo Federico.
“Mi dispiace!” gli dico.
“Mamma, io invece sono felice. Mi hai tolto un peso!”
E ci abbracciamo di nuovo.
“Però – continua lui – nella prossima vita non fare la giornalista. Fai il cecchino. Ti esce meglio”.
Anche la ciabatta ha sorriso.
photo: Devid Rotasperti